Il territorio di Lodè in epoca preistorica

 

Le più antiche testimonianze archeologiche nel territorio di Lodè risalgono almeno al Neolitico Recente (IV millennio a.C.), al tempo della “Cultura di Ozieri”, non si può tuttavia escludere la presenza di insediamenti più antichi ancora da scoprire, sebbene le attestazioni delle fasi neolitiche precedenti, per la Baronia in generale, siano piuttosto rare; non si conosce, in quest'area, alcun sito del Neolitico Antico, mentre per il Neolitico Medio (ma si tratta di una datazione tutt'altro che certa) registriamo solamente il rinvenimento di microliti geometrici in selce e ossidiana nei pressi del Castello della Fava a Posada.[1]

Nel Neolitico Recente si sviluppa, in Sardegna, il fenomeno dell'ipogeismo funerario, caratterizzato dalle migliaia di tombe a grotticella artificiale scavate interamente nella roccia, comunemente conosciute con il termine di "domus de janas", e che a Lodé sono invece definite come "calas de sos naneddos"[2]. Il tipo di roccia granitica, che caratterizza il territorio della Baronia, non agevolava lo scavo di queste tombe, e soprattutto non consentiva la realizzazione di ipogei di grandi dimensioni e dalla planimetria complessa; per questo motivo le domus de janas del territorio di Lodè, come è comune per il Nuorese, sono di dimensioni estremamente contenute (da cui, forse, la tradizione locale che le identifica come dimore di nani) e le planimetrie non presentano in genere articolazioni significative. Il loro numero, tuttavia, sebbene in assoluto possa apparire modesto, in realtà è piuttosto rilevante se rapportato alla Baronia.

Le cinque domus de janas si presentano sostanzialmente isolate, distanti fra loro non meno di un chilometro in linea d’aria; tre tombe (Costimilì, Gianna Oriavula e Ispichines) si aprono lungo il corso del Rio Minore, mentre le altre due (Orrilì e Sas Ruchittas) sono ubicate nelle piccole valli incassate fra le alture a Sud dell’abitato di Lodè, alle falde del Mont’Albo. Sicuramente in stretta relazione con le prime due tombe (soprattutto con quella di Costimilì) doveva essere anche la domus de janas monocellulare di Gallé, in territorio di Onanì, sulla sponda opposta del Rio Mannu; un’altro ipogeo, ubicato a breve distanza dalle tombe di Gianna Oriavula e Costimilì, è presente in località Su Eritta, in territorio di Bitti.

La domus de janas di Costimilì (o "Costimilia") potrebbe essere un esempio di tomba non ultimata: residua un brevissimo invito trapezoidale (un dromos in miniatura) che introduce in una piccolissima cella, al fondo della quale si apre una profonda nicchia quadrangolare che parrebbe essere l’inizio di un portello per l’accesso ai vani successivi che poi non vennero realizzati.

La domus di Gianna Oriavula (o "Sa Janna 'e Oriavula") è citata, con il nome di “Gianna Oria Porru”, dal Taramelli, che parrebbe descrivere due distinte domus monocellulari. In realtà, si tratta di un’unica tomba pluricellulare, con tre ambienti disposti lungo lo stesso asse longitudinale, forse in origine preceduti da un breve dromos oggi completamente interrato; l’ultima cella, si sviluppa trasversalmente a destra del portello. Sono piuttosto evidenti, in questa tomba, i solchi lasciati alle pareti dal picco da scavo, anche se non si può escludere un intento ornamentale o meglio simbolico: forse un tentativo di riprodurre la struttura a pali radiali di una capanna, come nel caso di una tomba della necropoli di s'Acqua Salida a Pimentel[3]. Non è tuttavia da scartare l'ipotesi che le tracce siano il frutto di difficoltà tecniche incontrate nello scavo delle celle, forse a causa di affioramenti di roccia più compatta e meno lavorabile: i solchi, infatti, si concentrano ai lati della seconda cella, che ha una planimetria piuttosto irregolare, e sono presenti anche nella parete sinistra dell'ultimo ambiente, dove appare evidente come gli scalpellini abbiano incontrato serie difficoltà nello scavo e siano quindi stati costretti a proiettare verso destra lo sviluppo del vano, venendo meno alla simmetria planimetrica che sempre, in genere, contraddistingue lo scavo delle domus de janas della Sardegna.

La piccola tomba di Ispichines è probabilmente quella che il Taramelli citava col nome di "Su Adu ‘e Sa Jana", definendola oramai scomparsa al suo tempo; si apre su un affioramento di roccia, gravemente lesionato, a non molta distanza dal guado del Rio Minore (oggi attraversato da un ponte), e non è visibile dalla strada, anche se stupisce il fatto che gli informatori del Taramelli non ne conoscessero l'ubicazione. Si compone di un breve invito (o piccolo dromos), un’anticella ed una cella principale sullo stesso asse; quest’ultima, come nella domus precedente, si sviluppa lateralmente a destra del portello, probabilmente a causa della lesione dell'affioramento roccioso, che anche gli antichi scalpellini dovettero incontrare durante lo scavo, e che sul lato sinistro si presentava con maggiore gravità. In questo dettaglio planimetrico, sembra quasi di scorgere la stessa mano che ha realizzato lo scavo della tomba di Gianna Oriavula, con la differenza che a Ispichines manca l'ambiente intermedio fra l'anticella e la cella principale, come nell'altra tomba: ambiente, questo, ove peraltro si concentrano maggiormente i solchi (forse simbolici) risparmiati alle pareti. Anche nell'incompiuto ipogeo di Costimilì, il piccolo vano residuo ha le caratteristiche dell'anticella di ridotte dimensioni presente nelle altre due tombe, ed è da presumere che se la domus fosse stata portata a termine avrebbe avuto uno sviluppo planimetrico analogo. In quest'ultimo ipogeo, tuttavia, è da rimarcare la diversa ubicazione topografica, caratterizzata dalla precisa scelta di collocare la tomba in un luogo di dominio rispetto alla valle sottostante, con ampia visibilità, mentre gli altri due ipogei sono situati più a valle, in posizione maggiormente riservata.

Venendo alle due tombe localizzate nella parte meridionale del territorio, la domus de janas di Orrilì, anch’essa ricordata dal Taramelli, è un’altra piccola domus pluricellulare, che presenta tre ambienti piuttosto irregolari, disposti sul medesimo asse longitudinale. In questa tomba, forse più che in ogni altra del territorio di Lodè, si notano vistosamente i condizionamenti dettati dalla particolare durezza della roccia e dalla difformità della sua tessitura: oltre allo sviluppo asimmetrico dell'anticella, si osservano chiaramente le difficoltà incontrate nella cella principale. Qui, nella parete di fondo, è chiaro il tentativo di realizzare un'ultima cella lungo l'asse principale; la durezza della roccia costrinse, invece, a deviare la proiezione dello scavo verso il lato destro, dove venne ricavata una sorta di espansione della stessa cella principale in modo da avere la superficie necessaria per aprire il portello. Nell’anticella, sulla parete sinistra, si apre una piccola nicchietta sopraelevata, puntualmente individuata anche dal Taramelli; la funzione di queste nicchiette (poco più che coppelle), difficilmente utilizzabili per deporre offerte (a causa delle ridottissime dimensioni e a volte anche dell'assenza di un vero piano d'appoggio), è ancora poco chiara, ma non è escluso che possa trattarsi di cavità dovute a riusi posteriori.

Anche nella piccolissima tomba di Sas Rucchittas, in regione Sas Seddas (la meglio conservata fra le domus de janas del territorio di Lodé), si può osservare una planimetria condizionata da difficoltà oggettive nello scavo. Si compone di un’anticella, di dimensioni estremamente ridotte, cui fa seguito una cella oblunga di planimetria irregolare, che in origine avrebbe dovuto avere una forma tondeggiante, o ellittica, e che invece mantiene un bell'andamento curvilineo solamente nel lato sinistro, mentre la parete destra si presenta irregolarmente spigolosa, a causa degli infruttuosi tentativi di ampliamento. La tomba, a differenza delle altre (precedute da piccolo dromos), ha un ingresso sopraelevato in parete, preceduto da un invito appena accennato; non è escluso che anche la tomba di Orrilì (nella quale è scomparsa tutta la parete di prospetto) potesse avere un ingresso analogo. Nei due portelli della tomba (quello d'ingresso e quello fra l'anticella e la cella) le soglie sono attraversate da canalette trasversali di scolo, e lo stesso particolare si osserva, pressoché identico, anche nella tomba di Ispichines: è segno evidente del fatto che le tombe siano state riutilizzate, in tempi imprecisabili (anche recenti), in funzione di rudimentali laboratori enologici (o oleari), come avviene in moltissime altre domus de janas dell'Isola.

Per quanto riguarda l'ornamentazione architettonica, notiamo che solamente nella tomba di Orrilì è presente un portello inquadrato da un rincasso a cornice, fra l'anticella e la cella principale: in tutti gli altri casi (compreso il secondo portello di Orrilì, fra la seconda e la terza cella) non si hanno partiture architettoniche ma l'ingresso si presenta a semplice apertura quadrangolare. Va sottolineato, comunque, il fatto che il portello principale di ingresso si sia conservato solamente nella domus di Sas Ruchittas, sebbene lesionato nella parte superiore.

            Non si hanno informazioni sugli abitati del neolitico, ai quali facevano riferimento le tombe ipogeiche; è molto probabile che in quest'epoca venissero frequentate le grotte naturali del Mont'Albo, che tuttavia sono troppo distanti dall'area di diffusione delle domus de janas. Quasi sicuramente le tombe di Gianna Oriavula e Costimilì erano in relazione con un abitato all'aperto, di modeste capanne a struttura lignea e copertura straminea, localizzato nella sottostante valle di Sos Lottos; analogamente, la domus di Ispichines doveva fare riferimento ad un insediamento prossimo al corso del Rio Minore. La domus de janas di Orrilì, dal suo canto, era sicuramente legata ad un insediamento localizzato presso la sorgente di Thilameddu, dove in seguito sorgerà un abitato che si protrarrà sino al medioevo e forse anche oltre; la tomba di sas Rucchittas, invece, si colloca in un territorio che presenta una vocazione maggiormente pastorale, ed è da riferire ad un modesto insediamento sicuramente ubicato sul sovrastante pianoro di Sas Seddas.

Nella parte orientale del territorio, invece, non sono segnalati siti di sicura attribuzione all'epoca neolitica; l'unica eccezione è costituita dal probabile menhir rinvenuto in località Monte Tundu: una zona, a breve distanza dalla frazione di Sant’Anna, dove non risultano essere presenti altre testimonianze archeologiche. Si tratta di una lastra granitica, ancora infissa nel terreno sebbene inclinata, alta dal suolo m 2,29 e spezzata parzialmente alla sommità. La presenza di una probabile area di culto preistorico sul Piano di Sant'Anna, è certo l'indizio della presenza di insediamenti che quasi certamente dovevano essere ubicati in quello che costituisce un passaggio obbligato lungo la via di comunicazione fra la costa e le valli dell'interno.

A questa, apparentemente sporadica, manifestazione del megalitismo incipiente, segue lo sviluppo di una architettura funeraria non più ipogeica (come nelle domus de janas) bensì dolmenica. Nel territorio di Lodè, non sono segnalati sinora dolmen veri e propri, pur diffusi in Baronia (soprattutto a Galtellì e Loculi); l'unica eccezione potrebbe essere costituita dalla allée couverte presente sull'altura di Monte Prana, della quale residuano, ancora in posizione originaria, alcuni ortostati del corridoio. Riteniamo, tuttavia, di dover attribuire la tomba di Monte Prana all'Età de Rame, più che al Neolitico, e questo soprattutto per il fatto che la struttura funeraria è associata ad una muraglia, erroneamente identificata dal Taramelli come "nuraghe Monte Prana". La muraglia è costruita con filari di pietre piuttosto irregolari, e racchiude parzialmente la sommità del colle su almeno due lati, settentrionale e orientale; dei due settori, raccordati da un affioramento di roccia naturale, è ben conservato quello a Nord, mentre il tratto a Est è quasi interamente crollato. Il tipo di struttura e la sua disposizione topografica, a protezione di un modesto pianoro, farebbero pensare ad un tipo di insediamento fortificato ben documentato nella fase evoluta del Calcolitico (Cultura di Monte Claro, circa 2700-2200 a.C.).

Reperti ceramici attribuibili alla Cultura di Monte Claro, sono stati rinvenuti in superficie nel pluristratificato insediamento di Sos Lottos (o “Sos Lothos”), ai piedi dell’altura di Monte Prana: si tratta di uno o due frammenti di vasi con orlo sbiecato all’interno. A Sos Lottos si raccolgono anche numerose schegge di ossidiana, scarti di lavorazione. Altre schegge di ossidiana, e forse un probabile strumento microlitico, sono stati raccolti a breve distanza dalla fonte di Sos Banzos, lungo il corso del Rio Sas Scalas, non lontano dall’insediamento di Thilameddu.

Ritornando alle sepolture dolmeniche, una tomba megalitica a galleria allungata, o allée couverte, poteva anche essere stata la tomba di Sas Seddas 1, che numerose e concordi segnalazioni sostengono essere stata pressoché integra sino a non molti anni or sono, prima che venisse demolita a seguito di bonifiche del fondo agricolo. Le notizie orali, che parlano genericamente di una “tomba di giganti”, riferiscono della presenza di una struttura costituita da un corridoio coperto da lastre di piattabanda; il sito che ci è stato mostrato dai testimoni oculari, è una sorta di lunga spaccatura fra due affioramenti rocciosi, ove giacciono riverse diverse lastre di pietra di notevoli dimensioni: un luogo che, più che per una tomba di giganti, si presterebbe meglio per una tomba dolmenica.

Una sorta di tomba dolmenica potrebbe anche essere la singolare struttura rinvenuta in località Abba Pria, nella zona di Sos Golleos, costituita da una spaccatura naturale della roccia, ubicata lungo un ripido pendio, coperta con lastre trasversali (tre ancora in situ) e forse obliterata ad una delle estremità. La tecnica di utilizzare anfratti naturali, per edificare tombe dolmeniche, è piuttosto diffusa nei paesaggi granitici della Gallura e del Nuorese, ma anche nei basalti del Marghine. Lo stesso Taramelli, nella sua carta archeologica del 1933, segnalava a Sos Golleos “i resti di una sepoltura a cella allungata, del tipo delle tombe dei giganti”, della quale attualmente non è visibile alcuna traccia; non è escluso che l'archeologo volesse riferirsi a questa struttura. Va comunque detto che l'uso di sfruttare spaccature naturali, coprendole con lastre di piattabanda, era anche comune nei protonuraghi (esempio: Tanca Manna-Tempio); nel caso di Abba Pria, non si individuano tracce di altre strutture che facciano pensare ad una fortificazione, sebbene vada rimarcato il fatto che la posizione stessa del sito (su uno sperone roccioso a dominio della valle) sia di per se strategica.

 

                                                                    Paolo Melis


[1] Fadda 1994, p. 5.

[2] Piras-Zirottu 2004, p. 13.

[3] USAI 1989.

   

 

 

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